09 Apr 2011

del sigillo di Ruggero Cane Ranieri

Pubblicato alle 16:31 under Società

         sigillum rogerii
Da Periodico di numismatica e sfragistica per la storia d’Italia, Volume 1

Sig. Marchese,
Il bel sigillo dissotterrato presso la città di Iesi, posseduto attualmente dal dottoro Giacomo Salvestrini, del quale Ella mi ha mandata la impronta chiedendomi a cui possa riferirsi, non è appartenuto certamente a Ruggero Normanno re di Sicilia; ed è manifesto l’errore di chi ha emesso un tale giudizio. Forse chi primo lo ha pronunziato, non troppo perito di cose araldiche, ha in buona fede tenuto troppo conto del nome Ruggero senza casato che si trova inciso intorno allo stemma, forse ancora lo ha fatto per facilitarne la vendita; ma non ha pensato che la critica avrebbe facilmente raggiunta la falsità, e perchè non è quello lo stemma del Normanno che componevasi di una banda scaccata, e perchè la forma dello scudo ivi espresso, che dicesi pendente o di torneo, non cominciò ad usarsi, per riportarvi scolpiti o dipinti li stemmi, prima della metà del secolo XIV.
Ma facile cosa riesce il discoprire chi abbia posseduto l’aureo anello, che porta inciso il sigillo, quando ben si osservi e l’arme rappresentata e la impresa che posa, a guisa di cimiero, sopra dell’elmo. Una banda merlata da ambe le parti costituisce lo stemma, e una testa di cane posa sopra dell’elmo; distintivo il primo della famiglia Ranieri illustre tra quelle di Perugia, impresa l’altra notissima usata da Ruggero celebre condottiero nato di questa casa, e che perciò dicevasi Cane. Vuole il soggetto che le dica qualcosa intorno a quest’uomo.

Nato da Costantino signore di Civitella Ranieri o di Cannara, apprese il mestiere delle armi alla scuola del suo celebre concittadino Braccio dei Fortebracci. Esule dalla patria ove prevaleva la fazione dei Raspanti avversa alla loro, prese parte con lui ai tentativi fatti per tornare a forza d’armi in Perugia dopo la tragica fine di Biordo dei Michelotti; conseguenza dei quali fu la dedizione dei Perugini a Giangaleazzo Visconti. Cosa facesse allora non ci dicono le storie, ma certamente non restò inoperoso, essendo indubitato che accozzatosi con Fabrizio Signorelli aveano, uniti insieme, preso a capitanare un corpo di 1,500 masnadieri a cavallo; facendo di Civitella il centro delle loro operazioni perchè il marchese Ghino, che n’era signore, raccoglieva dattorno a sè i fuorusciti per valersene nelle sue imprese arrischiate, e perchè ancora lo difendessero contro dei Tifernati. Colà mandò Braccio a richiederlo di aiuto nel 1407 quando si accinse a tornare in potestà di Lodovico Migliorati la città di Ascoli ribellata: ma se contribuì potentemente alla vittoria, va pur distinto il-suo nome per le crudeltà commesse dai suoi soldati trucidando quanti più poterono dei miseri Ascolani mentre saccheggiavano ed ardevano le loro case. Era al soldo dei Veneziani guidando 600 cavalli, nel 1412, quando Filippo Scolari, detto lo Spano, invase il Friuli per Sigismondo re di Ungheria. Alla Motta si azzuffarono i due eserciti in sanguinosa battaglia il dì 24 di agosto; e fu tutto suo merito se la vittoria arrise alle armi della repubblica; avvegnachè già le schiere guidate da Carlo Malatesta, reso impotente al combattere per tre sconcie ferite, aveano cominciato a piegare, quando giungendo il Cane coi suoi cavalieri urtò di fianco il nemico, e ristabilì l’ordine del combattimento in tal modo da costringerlo a volgere in fuga. Il senato se gli mostrò grato di questo fatto rinnovando la sua condotta e accrescendola, con porre sotto i suoi ordini 500 fanti e 1000 cavalli: coi quali prese a forza la rócca della Scala non lungi da Bassano, espugnò Castelfranco, e pose fuoco al borgo di Feltre ritogliendo agli Ungheresi gran parte della preda fatta a danno dei sudditi della repubblica. Ma qui ebbe fine la sua fortuna perchè, preso in mezzo da una schiera di nemici uscita da Feltre e da altra venuta da Serravalle, dopo valorosa resistenza restò sconfìtto, riparandosi con pochi soldati superstiti a Castelnuovo. Fattasi poi tregua col re di Ungheria, il Ranieri prese congedo dalla repubblica; e tornato nell’Umbria si fè seguace della fortuna del Fortebracci. Per lui tenne il governo di varie città della Marca; ma venuto il 1416 lo volle Braccio con sè quando, profittando della impotenza della Chiesa per il Concilio adunato in Costanza, volle tentare se gli riescisse di rientrare in Perugia colle armi e di soggettarla al proprio dominio. Combattè tra i suoi soldati alla battaglia famosa in cui trionfò di Carlo Malatesta capitano dei Perugini e lo fè prigioniero, per la quale ottenne di farsi soggetta la patria. Per questo fatto diventò il Fortebracci orgoglioso oltremodo, e credè facil cosa l’insignorirsi di Roma; laonde mosse ostilmente nell’anno appresso contro la eterna città, di cui si rese facilmente padrone: ma si fiaccò il suo orgoglio davanti a Castel Sant’Angelo, che virilmente sostenne l’assedio, obbligando anzi il nemico a ritirarsi per non trovarsi preso alle spalle dalle soldatesche che la regina di Napoli inviava a difesa del dominio dei papi. Ritornato a Perugia si adoperò il Cane a sottomettere al dominio di Braccio varie terre che riconoscevano per signora la Chiesa; ed avendo quel fortunato condottiero fatto proposito di far guerra contro Martino V eletto pontefice nel Concilio di Costanza, affidò nel 1408 al Ranieri il comando di una delle tre squadre delle quali si componeva il suo esercito. Cominciò Ruggero le sue operazioni da Gubbio, dove fu introdotto per tradimento di Cecciolo dei Gabrielli, ma ne fu ricacciato dagli abitanti che non secondarono, come se gli era fatto credere, questa impresa, e se ne vendicò guastando e mettendo a ruba il contado. Fu dipoi alla occupazione di Spoleto che cesse in suo potere, meno la rócca che, sebbene gagliardamente combattuta, resistè con pari gagliardia: e seguì il suo signore quando giudicò più utile a sè lo impadronirsi di Assisi. Delle altre sue imprese tacciono li storici; soltanto ci fan sapere che alla morte di Braccio, nel 1424, erasi il Ranieri tutto volto a , cose di pace. Per la qual cosa fu tra i dieci cittadini destinati ad essere consiglieri di Oddo figlio naturale dell’estinto signore; e poi fu destinato ambasciatore al Pontefice, alloraquando si conobbe che non era proclive a confermare la signoria dei Bracceschi, per tentare se possibile fosse una conciliazione; e qualora si ostinasse, per trattare dei patti coi quali dovea ricevere la sommissione dei Perugini. Com’era da prevedersi papa Martino fu inflessibile, e Perugia tornò soggetta ai pontefici; e fu notato che il Cane portò lo stendardo della Chiesa nell’ingresso solenne del primo Legato nella città. Peraltro ei non piegò rassegnato la testa, e si racconta la prepotenza con la quale nel 1427, raccolto un manipolo dei suoi scherani, invase il pubblico palagio, liberando dalle prigioni una donna che vi era detenuta per furti, che fece sicura accogliendola nella sua casa. Fu dei V dell’arbitrio nel 1428; e venuto a morte nel 1441 fu onorato di solennissime esequie. A dì 18 aprile (scrive nella sua cronaca il Graziani) cominciò il corrotto della morte di Ruggero di Costantino dei Ranieri, e andaro per la città 25 famigli a cavallo, tutti vestiti, con le bandiere; prima lo stendardo bianco con la croce rossa, e quello che lo portava era tutto armato come quando fu capitano dei veneziani, e poi con l’arme loro. E a dì 21 del detto fu fatto il corrotto grande e fur vestiti fra uomini e donne settanta persone, e fu seppellito a San Lorenzo, e posto le bandiere nel coro; e a dì 21 del detto fu fatto lo sequio con tutti gli ordini dei religiosi, che fu una cosa bellissima. Ma poco stettero sulla sua tomba queste bandiere, perchè furono tolte nel 1448 ad istigazione di un frate Roberto da Lecce, il quale predicando commoveva le moltitudini; avendo ad esse mostrato quanto male si convenisse di glorificare gli avanzi degli uomini nella casa di Dio, davanti al quale e grandi e piccoli sono eguali perfettamente.
Portò il Ranieri ad alto stato la casa sua, perché seppure è dubbio che sposasse una Giuditta Colonna parente di Martino V, certo è peraltro che fu marito di Altavilla di Ottaviano degli Ubaldini strettamente congiunta ai conti di Urbino; e che Costantino suo figlio menò in consorte Pantasilea figlia di Ranuccio Farnese.
Questo è il personaggio a cui appartenne il sigillo di cui ella mi ha proposta la illustrazione: e sodisfatto al suo desiderio, non mi resta che dichiararmi

Di Lei, sig. Marchese,
Firenze, 25 giugno 1868.

Devotissimo
Luigi Passerini.

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