10 Feb 2008

Guidangelo de’ Ranieri ed il ferimento di Federico da Montefeltro

Pubblicato alle 21:01 under Senza categoria

    da Storia dei conti e duchi d’Urbino, di Filippo Ugolini

 

Avveniva intanto nella bassa Italia un fatto sopra ogni altro memorabile, e che tanta parte ebbe nei futuri destini della patria nostra. Era morto Filippo Maria Visconti duca di Milano; ultimo di quella stirpe nobilissima, che tanti uomini famosi nelle arti di regno aveva prodotti, da poter aspirare al dominio di tutta Italia. In essa le virtù furono ai vizi commiste; ma i vizi superarono. Filippo eredi legittimi non aveva, ma solo Bianca, figlia naturale, impalmata con Francesco Sforza, che a succedere al suocero nel dominio milanese cupidissimamente desiderava. Era il duca di Milano, quando morì, impegnato in una grossa guerra contro ai veneziani, e Francesco il suo esercito comandava; il quale, per sua virtù, aveva a Caravaggio rotti interamenti i nemici. Milano frattanto, memore della lega lombarda e della sua antica e potente repubblica, erasi vendicata in libertà; ma lo Sforza che anelava alla magnifica eredità del Visconti, fatta pace con Venezia a grassi patti per lei, portò contro la città tutte le sue armi. I miseri milanesi, discordi, abbandonati e dalla fame soggiogati, cederono, e il giogo sforzesco a ’25 febbrajo 1450 si accollarono: in tal modo un nuova stirpe principesca, di funesta memoria, fra noi s’insediò, e il novero de’ principi assoluti accrebbe. Gli amici di Francesco per questa magnifica fortuna seco si rallegrarono, e si rallegrò anche Federico; ma a questo non contento, volle anche aggiungervi pubbliche feste e un torneamento. Nel quale egli si scelse per avversario campione un Ranieri gentiluomo d’ Urbino, giostratore valentissimo, che pochi giorni innanzi, con grande compiacenza di Federico, era uscito vittorioso in Firenze in un solenne torneo. Ripugnava grandemente all’ urbinate di porsi a quella rischiosa prova col suo principe, temendo di qualche sinistro; ma Federico, quasi tirato dal suo destino, ve lo sforzò. Fiero fu lo scontro de’ due valenti combattitori ; ma il conte ne restò mal concio, perché una scheggia d’asta gli entrò nell’ occhio destro, e il naso gli ruppe dalla parte che confina con le ciglia. Caduto da cavallo e raccolto da’ suoi pallido e sanguinoso, la generale costernazione non cessò se non quando si seppe che una vita così cara non era in pericolo. Il Ranieri, spaventato e fuor di sé, corse a implorare il suo perdono; ma rispose Federico, che di perdono non bisognava, perché non vi era colpa; e se vi era, era tutta sua. Dicono non ostante che da Urbino si allontanasse, forse per non rinnovare al principe con la presenza sua la memoria del funesto caso, che se la morte non gli produsse, lo fece tuttavia cieco da un occhio e guasto nel naso.

 

 

 

       da Memoirs of the Dukes of Urbino , di James Dennistoun 

 

                                        1450. COUNT FEDERIGO LOSES HIS EYE.

In honour of the Duke’s exaltation, he had proclaimed a tournament at Urbino, which Sanzi assures us was preceded by omens of evil. In particular, his mother, influenced by a horrible dream, besought him on her knees to abandon the intention. Though a firm believer in astrology, his mind repudiated this superstition, which however diffused among all ranks a feeling of vague anxiety as the jousting day approached. Just then there arrived Guidangelo de’ Ranieri, a gentleman of Urbino, who had gained the prize in a recent passage of arms at Florence; he was met at the city gates by the Count, who embraced him, placing on his neck the knightly guerdon of a golden chain.

Being asked to run a course with him, Guidangelo would have excused himself, and is even said to have earned a sharp reproof  for  forbearing to touch him, in deference to the prevailing apprehension of some impending mishap. On repeating the course, the knight being mounted on a small charger, his lance, after striking Federigo’s armour, glanced upwards, and was shivered against his vizor. He received the stunning blow between the eyebrows, where it shattered the bone of his nose and knocked out his right eye. Recovering himself, however, he kept his seat, and consoled those who flocked around in consternation, by assuring them of a speedy cure, and that one of his two good eyes remaining, he would still be able to see better than with a hundred ordinary ones. This courageous bearing was perhaps the best recipé, and his cure appears to have been rapid and easy ; but the damage to his features may be presumed from subsequent portraits representing him in profile, which, whilst concealing the loss of his eye, exaggerated the prominence of his broken nose.

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