27 Gen 2008

Ranieri di Zaccaria di Orvieto e la condanna a morte per Dante Alighieri

Pubblicato alle 22:19 under Senza categoria

 Ranieri di Zaccaria. Orvietano dei nobili Ranieri. Nel 1315, essendo potestà di Firenze, condannò per la terza volta all`esilio Dante. Fu anche podestà della sua città l`anno seguente ed ebbe parte notevole negli avvenimenti politici di Orvieto. Fu ripetutamente richiesto dalla Repubblica fiorentina ad accettare l`ufficio di esecutore degli Ordinamenti di Giustizia, essendo uomo di grande rigore.

 

Questi sono i bandi profferti e pronunciati dal nobile cavaliere Rayneri di Zaccaria di Orvieto, Regio Vicario nella città di Firenze e nel distretto, contro i sottoscritti ghibellini e ribelli:

per il Sesto di Porta San Piero nella città di Firenze, tutti di casa Portinari e tutti di casa Giochi, eccetto Lamberto Lapi e Filippo Ghepardi; Dante Alighieri e figli, contro tutti e ciascuno dei quali sopra nominati, dai settanta anni in giù e dai quindici anni in su, …essendo stati legalmente condannati per la contumacia di loro, se in qualsiasi tempo verranno in potere nostro e del Comune di Firenze, siano condotti sul luogo di giustizia e quivi sia loro tagliata la testa dalle spalle, così che muoiano. (dalla sentenza di Bando Maggiore del 6 novembre 1315

 

Nell’anno 1315, poi, i fatti occorsi in Firenze investono frontalmente il poeta, e per di più in connessione con le campagne vittoriose di Uguccione, il quale nel maggio stringe d’assedio San Miniato. Sotto l’urgenza della minaccia militare i governanti di Firenze accettano le proposte del vicario Ranieri di Zaccaria di concedere una larga amnistia a tutti gli esuli, nessuno escluso, previo il pagamento di una parte soltanto (dodici denari per ogni lira) della multa dovuta allo stato sino a un massimo di cinquanta lire, e la rituale offerta nel giorno di s. Giovanni. I Consigli approvano il 19 maggio, e di certo qualche settimana dopo Dante veniva a conoscenza delle possibilità che gli si aprivano dinanzi, tramite gli insistenti inviti di un nipote e di vari amici. A uno di essi, non chiaramente identificabile, Dante risponde immediatamente: giugno-luglio. La missiva del poeta, cioè Ep. XII, avrebbe prodotto senza dubbio grande eco in città, e quindi scrivendo a uno solo Dante sa di rispondere alle lettere aliorum quamplurium amicorum. Non è pensabile ch’egli possa accettare l’infamia della multa e il marchio dell’offerta: il rifiuto è nettissimo. Il 15 ottobre Dante e i figli vengono condannati a morte e alla confisca e distruzione dei beni da un atto di Ranieri di Zaccaria; tuttavia era ancora ammesso il perdono se i rei si fossero presentati "hodie et cras per totam diem". La presentazione dei banditi era manifestamente impossibile per la ristrettezza del tempo, ammesso che ne avessero l’intenzione. Il 6 novembre lo stesso vicario bolla al bando e all’esecuzione capitale Dante e i figli, che avevano spregiato gli ordini del governo. Ma nemmeno ora si può dire veramente che cada in modo irrevocabile la speranza del poeta, conservata sino all’estremo limitare della vita se tra gli ultimi canti del Paradiso sentiamo risuonare altissima l’illusione nel celebre incipit del c. XXV Se mai continga …, che è certo posteriore di quattro-cinque anni al ribandimento, e forse suscitato dall’attenuarsi dello stato di tensione tra Firenze e le altre città della Toscana, e quindi da un ribaltamento, negli ultimi anni di vita del poeta, del suo programma di ritorno in patria: per troppi anni ha sperato nelle armi dei nemici di Firenze, in una violenta caduta del regime nero e in un tripudiante ritorno dei ghibellini e degli antichi esuli bianchi, e in forza di questa dura speranza ha voluto recidere ogni rapporto tra sé a gli "scelleratissimi fiorentini di dentro", nel cui totale crollo ebbe a confidare. La caduta di Uguccione, il trionfo di Castruccio Castracani, il vicariato fiorentino di Guido di Battifolle, la pace del 1317, il consolidamento dell’economia fiorentina col cambio della moneta (sempre 1317), il trascorrere del ’18 e del ’19 senza che nulla turbi la pace che regna in Firenze, spensero a poco a poco il risentimento di Dante verso la sua città, cui non sono più profetate terribili sventure. Saranno dunque senza alcuna eco nel suo animo la guerra di Castruccio contro i Fiorentini nel ’20, l’alleanza tra costoro e Spinetta Malaspina nella primavera del ’21, la creazione di un nuovo ufficio, dei dodici Buonomini, nel giugno ’21, la ripresa della guerra contro Castruccio nell’agosto ’21: notizie troppo tardive tra l’altro, troppo remote e modeste perché potessero entrare nella superiore sfera spirituale del viator giunto a effigiare i misteri dell’Empireo, così come erano state estranee alla materia delle Egloghe e all’elaborata concezione dell’epistola a Cangrande. In essa s’avverte l’uomo di cultura che svolge un discorso meditato, senza precisi destinatari e fruitori nella cultura dell’epoca, senza i numerosi interlocutori che invece ha il Paradiso: i teologi di scuola. L’epistola a Cangrande non ha un ‘pubblico’ nella generazione di Dante; potrà averlo più tardi.

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